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Letture consigliate che, per dirla con le parole del sociologo Giovanni Lo Monaco, possono contribuire: "a svelare l’infondatezza di uno stereotipo pernicioso e opprimente come quello che identifica la cultura siciliana con quella mafiosa; identificazione che in mano a mafiosi e collusi è divenuta, all’occorrenza, un conveniente mezzo di banalizzazione del fenomeno criminoso, ma per i siciliani si è trasformata nel tempo in una marcatura negativa, difficile (ma non impossibile) da cancellare."

 

segno – mensile

Palermo – Anno XXXIII – N. 289 - Settembre-Ottobre 2007

 

GIOVANNI LO MONACO

 

La percezione del fenomeno mafioso in Sicilia

 

Se è vero che la percezione sociale del fenomeno mafioso sta cambiando, si può supporre che vivere in terra di mafia non saturi in maniera irreversibile gli spazi mentali di chi ci vive. C’è bisogno di nuove griglie di lettura adeguate ai mutamenti in corso nel mondo del crimine. Per comprendere il radicamento del fenomeno mafioso, può essere utile seguire la pista delle collusioni fra criminalità organizzata e colletti bianchi. I dati a disposizione non bastano per inferire questa conclusione. Possono però contribuire a svelare l’infondatezza di stereotipi inutili e perniciosi.

 

 

 

Tra gli elementi che(….) consentono di distinguere la mafia siciliana da tutte le altre organizzazioni, il più rilevante è il carattere omogeneo e strumentale dei suoi rapporti con alcuni valori della cultura siciliana, quali onore, obbedienza, fedeltà alla famiglia rispetto all’esterno. (Di Maria/Falgares, 2007).

 

Così si esprimono gli studiosi gruppoanalitici nell’articolo apparso sul numero 285-286/2007 di Segno, allo scopo di chiarire quali sono gli elementi costitutivi della cultura mafiosa.

I nomi coniati per descrivere il costrutto di cultura mafiosa, nel corso del tempo, sono stati fin troppo numerosi, quando non addirittura ambigui. Si parte, per esempio, dalla comune espressione “mentalità mafiosa”, per giungere alle ricercate e suggestive espressioni di sentire mafioso (Di Maria, 1998) e pensare mafioso (Fiore, 1998).

All’inizio di questa ricerca 1, attraverso alcune interviste2, abbiamo cercato di comprendere se esista realmente una cultura mafiosa e se essa simboleggi il substrato nel quale alligna l’organizzazione criminale Cosa nostra. Dai risultati ottenuti — e che di seguito descriveremo — si rileva facilmente quanto sia complessa l’analisi e difficile la perfetta circoscrivibilità dei costrutti indagati (mafia, cultura mafiosa e cultura siciliana). Essi si intrecciano e si sovrappongono in un groviglio all’interno del quale è pressoché impossibile individuare chiare linee di demarcazione: tante sono le similitudini concettuali, all’interno di queste categorie, quante le divergenze. La presenza simultanea di fattori contrapposti, se da un lato svela una sovrabbondanza di significati che ruotano intorno ai concetti di mafia e cultura, dall’altro mette in dubbio, vanificandola, l’esistenza stessa di una cultura mafiosa tout court.

In seguito, dopo aver tentato di chiarire queste prime questioni, abbiamo voluto indagare se, a sua volta, la mentalità mafiosa cresca e trovi sostentamento nel sistema valoriale peculiare — o presunto tale — dei siciliani e se esistano, pertanto, valori e codici culturali omogenei caratterizzanti, in maniera esclusiva e univoca, tanto la mentalità mafiosa quanto quella siciliana.

Abbiamo così provato a far luce sui coni d’ombra ravvisabii, a nostro parere, all’interno del paradigma gruppoanalitico; e a minare quindi alla base il pregiudizioche equipara la cultura siciliana a quella mafiosa.

Difatti,non essendo riusciti attraverso le interviste a sciogliere il bandolo della matassa e permanendo il dubbio sulla sussistenza del costrutto di cultura inafiosa, abbiamo individuato alcune costanti strutturali suggerite dagli stesn intervistati e riferibili al costrutto sopradetto.

Le costanti individuate, raggruppate in quattro macroaree (famiglia; fiducia privata vs sfiducia pubblica; identificazione e appartenenza territoriale; percezione della mafia), sono confluite in un questionario3 che è stato utilizzato come ulteriore tentativo per confermare (o disconfermare) le eventuali peculiarità del presunto costume mafioso.

Il  test è stato somministrato a cento adolescenti (58 maschi e 42 femmine), selezionati fra gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Antonio Ugo” — ubicato in una zona a rischio di Palermo e impegnato in iniziative per la diffiisione della cultura della legalità — e quelli del Liceo classico del Convitto Nazionale “Giovahni Falcone”, bacino di utenza di ragazzi provenienti da paesi della provincia considerati ad alta densità mafiosa4.

 

  1. Un primo tentativo di svelamento: le interviste

 

Dalle definizioni rilevate attraverso le interviste sono state ricavate alcune declinazioni del paradigma culturale-mafioso (Dino, 2007)5. Una prima declinazione è stata quella educativo-mafiosa. Al suo interno abbiamo trovato, su un versante, l’intreccio dei rapporti fra mafia e religione e, su un altro, il groviglio relazionale costituito dai brumosi punti di contatto fra mafia e istituzioni di formazione, scuola e famiglia in primis.

La Chiesa — a quanto ci hanno riferito i nostri intervistati — attraverso il suo dogmatismo, rischia di perpetuare modelli e codici che, all’interno della cultura mafiosa, divengono collante ed elemento di aggregazione per coloro che ad essa aderiscono. La religione e i suoi valori di obbedienza, giustizia, fedeltà, rispetto, onorabilità, ecc. — distorti, però, nei loro significati più profondi

— sono usati strumentalmente dalla criminalità organizzata per il raggiungimento di fini illeciti. Dentro Cosa nostra non viene ipotizzata, ad esempio, nemmeno lontanamente l’eventualità che la disobbedienza possa assumere anche un significato valoriale (Milani, 1998; Scarpinato, 2006). Pertanto i valori religiosi vengono manipolati dall’uomo d’onore o dal clero in qualche modo coinvolto (Giordano, 2002) e recepiti nella loro valenza più assolutizzante. D’altro canto—e passiamo così all’ulteriore elaborazione del paradigma educativo-mafioso — anche la scuola e la famiglia mostrano di possedere, per i nostri esperti, un bagaglio di strategie educative omologhe a quelle utilizzate, come  mezzi di trasmissione culturale, negli ambienti mafiosi (Biandano/Casarrubea,1993; Casarrubea/Blandano, 1991). Non è da escludere, infatti, che attraverso questa comunanza di strategie, mafia e agenzie educative si sostengano a vicenda in un gioco (forse) tendenzioso di inconsapevole complicità. Ragion per cui — stando alle tesi di alcuni degli intervistati — queste istituzioni, imponendo le regole senza negoziarle, rischiano di saturare gli spazi di  pensiero degli individui e di impedire o limitare in loro lo sviluppo di un pensiero critico, soggiogandoli così ineluttabilmente all’influenza criminale.

Un’ulteriore declinazione del paradigma culturale-mafioso ha coinciso con la sua elaborazione in chiave storico-culturale. Qui si scontrano due visioni diametralmente opposte: da un lato c’è chi sostiene che la cultura mafiosa e la mafia sarebbero frutto di un certo tipo di sicilianà; quindi esse prendono forza dal loro radicamento nella cultura locale, divenendone così una propaggine o una ramificazione estrema (Di Maria, 1998); dall’altro c’è chi invece è persuaso che

 

esista un’ideologia mafiosa che riflette i codici culturali ma soprattutto per deformarli,  riappropriarsene, farne un complesso di regole tese a garantire la sopravvivenza dell’organizzazione, la sua coesione, la sua capacità di trovare consenso, di incutere terrore al\l’interno e all’esterno (Lupo, 2004).

 

Infine, scavando più a fondo all’interno di quest’ultima declinazione, ne abbiamo individuata una ancora più circoscritta: quella politico-mafiosa. Essa rintraccia nel network dei rapporti fra la consorteria mafiosa e l’Establishment corrotto, la causa principale della forza e dell’esacerbante crescita del fenomeno malavitoso. Difatti, per gli esperti intervistati, sono gli “intrecci di potere” (Dino, 2006) e i consequenziali assoggettamenti della società civile al “régime du savoir” (Foucault, 1994), a determinare, ancora oggi, la sopravvivenza della mafia. Dunque, in fin dei conti, qui si tratta principalmente di un sodalizio delittuoso che vive degli agganci col potere politico ed economico, ma che può sopravvivere prescindendo dall’omologazione a valori e

i codici culturali siciliani.

 

  1. Un ulteriore tentativo: il questionario

 

Non potendo in questa sede esporre tutta la mole dei risultati ottenuti attraverso il test, ne proponiamo di seguito una sintesi essenziale.

Precisiamo che i dati riportati sono stati analizzati e interpretati mediante

confronto con le risultanze ottenute da altre ricerche6, svolte, sia a livello nazionale (rapporto IARD, 2002) che a livello locale (Sciarrone, 2005), sempre ed esclusivamente su una popolazione giovanile. Questo che esponiamo pertanto, rappresenta solamente un contributo descrittivo-comparativo, senza pretesa alcuna di esaustività. Ma passiamo all’analisi dei dati.

La prima area investigata è stata quella che abbiamo chiamato “famiglia”. Secondo una griglia di analisi ormai obsoleta, alcuni studiosi rintracciano le responsabilità principali del radicamento del fenomeno mafioso in Sicilia nel familismo amorale (Banfield, 2002). In base a questo principio, i siciliani, condizionati per ragioni storiche da un irresistibile interesse per la cosa privata — che negherebbe specularmente l’interesse per la cosa pubblica — dovrebbero occuparsi in maniera esclusiva della propria famiglia o, al massimo, del suo entourage più prossimo. Pertanto, la famiglia dovrebbe ascendere — in una gerarchia di valori che contempla lo Stato e le sue rappresentanze — a una posizione apicale. Ebbene, confrontando i dati della nostra ricerca con i dati tratti dal recente rapporto LARD e con i dati della ricerca condotta da Rocco Sciarrone nel Corleonese, la famiglia non solo si colloca al primo posto in tutte le ricerche prese in esame, ma in esse le percentuali di riferimento quasi si equiparano. La famiglia risulta infatti importante per  il 92% dei giovani palermitani del nostro campione; per il 90,3% dei giovani corleonesi e per l’85,3 % del resto dei giovani italiani.

Ancorare la genesi della mafia e la sua attuale sopravvivenza al determinismo lineare “famiismo amorale = cultura mafiosa”, potrebbe risultare, stando a questi dati, se non infondato, quantomeno eccessivo. In effetti, poiché da Nord a Sud della Nazione la famiglia viene considerata un valore centrale, o si ammette che tutti gli italiani sono potenzialmente mafiosi (il che francamente ci sembra esagerato), o si scarta la possibilità di autocentrare la mafia, e la cultura da essa derivante, sul principio esclusivista del famiismo.

 

Passiamo ora all’esame della seconda area (fiducia privata vs sfiducia pubblica) all’interno della quale sono stati analizzati anche i valori che si riferiscono all’onore, all’omertà, al rispetto, ecc.

Sebbene nella scala valoriale dei siciliani—ma anche dei loro coetanei del Nord — figuri sempre ai primi posti la famiglia, seguita dalla Chiesa e dalla Scuola, essi (i siciliani) accordano allo Stato una fiducia significativamente maggiore (42%) rispetto a quella rilevata nella ricerca di Marcello Dei (2002) su un campione nazionale (22%).

Pur trattandosi ancora di percentuali basse, che nascondono chiari sintomi di malcontento (Albanese /D’Agati, 2007), il dato denota che la sfiducia verso lo Stato o, più correttamente, verso le istituzioni che lo rappresentano (Governo, Magistratura, Forze Armate, ecc.) non è probabilmente caratteristica peculiare o esclusiva del popolo siciliano. Pertanto sarebbe legittimo dubitare che essa (la sfiducia) possa determinare linearmente forme di contiguità col potere mafioso. Stando a quanto si può desumere rispettivamente dalla ricerca di Marcello Dei e dalla nostra, la sfiducia verso le rappresentanze istituzionali, infatti, è un sentimento che attraversa per intero il territorio nazionale e in misura maggiore le popolazioni giovanili del Nord (78%) rispetto a quelle del Sud (58%). Trarre la conclusione che all’aumentare della fiducia verso il privato, verso la famiglia, corrisponda il diminuire della fiducia verso le istituzioni e lo Stato, appare dunque illogico e fuorviante.

 

Addentriamoci ora nella disamina della terza area, quella dell’identificazione e dell’appartenenza territoriale. Gli studiosi che sostengono le tesi culturaliste suppongono che la cultura mafiosa e quella siciliana si caratterizzino per un omogeneo senso di attaccamento al territorio. Nascerebbero da qui, pertanto, da un lato, l’affezione al proprio luogo di origine e, dall’altro, ma in forma estrema e deviante, il bisogno di controllo del territorio e la consequenziale necessità di ricorrere a “ogni” mezzo necessario per ottenerlo.

Un legame così agglutinante con la propria terra dovrebbe negare o ridurre — in base alle estremizzazioni degli epigoni del culturalismo — il senso di patria e di identificazione con la propria Nazione, dando prova dell’esistenza di un presupposto fondamentale della mentalità mafiosa. Invece dalla nostra ricerca abbiamo ottenuto un ex-aequo fra i giovani che manifestano un senso di appartenenza localistico (Comune, 83%) e quelli che invece si reputano parte di una Nazione (Italia, 83%). Percentuali che si equiparano quasi a quelle di Sciarrone (Comune, 78% ; Italia, 79,2%), ma che risultano addirittura leggermente più marcate rispetto a quelle riscontrate nel Nord Italia nel rapporto IARD (Italia, 76,5%). I dati, in questo caso, ci pare si commentino da soli.

 

Infine, esaminiamo gli esiti relativi alla quarta area: la percezione della mafia. Solo una sparuta percentuale considera la mafia alla stregua di una mentalità (9%). La maggior parte sostiene invece che essa sia “un’associazione criminale che intrattiene rapporti con il potere politico ed economico” (22%) o “un sistema organizzato di corruzione e violenza” (44%). Sconfortante e preoccupante, però, risulta la percentuale del 23% di giovani che possiede un’immagine positiva del mafioso (ma non della mafia). Su questi giovani la figura dell’uomo d’onore esercita ancora un certo fascino e viene percepito come un modello, perché «riesce a farsi rispettare” e «a mantenere la parola data”.

Oltre che su questi dati, abbiamo fermato la nostra attenzione sulla percezione dell’andamento del fenomeno mafioso e sulle possibilità di debellarlo. Già la forbice esistente fra le prime ricerche (Lo Cascio, 1987; Di Vita, 1986), condotte in ambito scolastico prima dell’intervento stragista degli anni Novanta, e quelle (Giannone/Di Blasi/Lo Coco, 1998) realizzate immediatamente dopo, lasciava intravedere un mutamento che, se pur lieve, si indirizzava a parer nostro verso l’idea di una possibilità di sconfitta di Cosa nostra e, allo stesso tempo, denotava una minore acquiescenza, da parte della società, al fenomeno delinquenziale.

 

A conferma di questo trend positivo, con il nostro questionario, insieme a un 37% di sostenitori convinti della sconfitta della mafia, abbiamo evidenziato un 35% di incerti. Quest’ultimo dato non è affatto da sottovalutare. Fino a vent’anni fa e forse anche prima, era assolutamente impensa bile rilevare nelle ricerche su questo tema tanto una simile percezione sociale riguardo alle reali possibilità di sradicare il fenomeno mafioso, quanto l’esistenza di una così alta percentuale di dubbiosi. Ben consapevoli che l’incertezza rappresenta una linea di confine — oltrepassata la quale è operata la scelta — essa evidenzia comunque che, se pur lento, vi è in corso un cambiamento. Dipenderà dal contributo di tutti (politici, magistrati, polizia, agenzie educative, società civile, ecc.) e dalla responsabilità di ognuno la direzione che esso assumerà.

Se è evidente che la percezione sociale del fenomeno mafioso sta cambiando

— e ci auguriamo in direzione del suo annientamento — allora possiamo supporre che vivere in terra di mafia non saturi in maniera irreversibile — come sostengono invece alcuni studiosi — gli spazi mentali di chi ci vive. Le nuove congiunture storiche e gli scenari della globalizzazione influenzano notevolmente la percezione sociale e i fenomeni ad essa collegati. C’è dunque bisogno di nuove griglie di lettura adeguate all’evoluzione dei tempi e ai cambiamenti che avvengono nel mondo del crimine.

Una pista da seguire, per spiegare il radicamento e l’inasprimento del fenomeno mafioso in Sicilia (e non solo), potrebbe essere, allora, come suggerito da autorevoli fonti, quella delle collusioni esistenti fra criminalità organizzata e colletti bianchi.

Certo, i dati sinora forniti non bastano per poter inferire una tale conclusione. Essi possono, tuttavia, contribuire a svelare l’infondatezza di uno stereotipo pernicioso e opprimente come quella siciliana con quella mafiosa; identificazione che in mano a mafiosi e collusi è divenuta, all’occorrenza, un conveniente mezzo di banalizzazione del fenomeno criminoso, ma per i siciliani si è trasformata nel tempo in una marcatura negativa, difficile (ma non impossibile) da cancellare.

 

1La ricerca è stata realizzata dall’autore di questo articolo a supporto della propria tesi di laurea (relatrice, prof.ssa Alessandra Dino) dal titolo La cultura mafiosa e il sistema valoriale degli adolescenti a Palermo, discussa il 2 marzo 2007 presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Palermo, Corso di laurea in Scienze e tecniche della psicologia dello sviluppo e dell’educazione

 

2Le interviste sono state concesse — in ordine cronologico — da: D. Gozzo (magistrato) 11/10/06; A. Consiglio (magistrato) 11/10/06; P. Blandano (preside scolastico, già responsabile di Libera-Scuola) 13/10/06; M. V Randazzo (magistrato minorile) 20/10/06; A. Pardo (magistrato minorile) 20/10/06; A. Ingroia (magistrato) 26/10/06; N. Fasullo (direttore della rivista Segno) 26/10/06; S. Lupo (storico) 3 1/10/06; R. Borsellino (deputato all’Assemblea Regionale Siciliana) 03/11/06; R. Scarpinato (magistrato) 03/11/06; F. Di Maria (psicologo) 21/11/06. Cogliamo l’occasione per ringraziarli della cortese disponibilità e gentile collaborazione

 

3Precisiamo che il nostro test è frutto di un riadattamento del questionario — qui utilizzato anche come termine di paragone — che Rocco Sciarrone (2005) ha formulato per una ricerca da lui realizzata su un campinne di studenti di Corleone (Palermo). Con l’occasione lo ringraziamo per l’aiuto che ci ha fornito.

 

4Si ringraziano M. Mantione e E Blandano, presidi rispettivamente del Convitto Nazionale “Giovanni

Falcone” e dell’Istituto Comprensivo Antonio Ugo” di Palermo, per la disponibilità e la collaborazione.

 

5Ulteriori elaborazioni paradigmatiche relative alla cultura mafiosa si trovano in A. Dino (2007). La studiosa, partendo dalle nostre interviste, vi approfondisce alcune tematiche e individua nuove declinazioni.

 

6Insieme alle fonti principali di comparazione, episodicamente ci siamo riferiti anche al sondaggio ISPO (2002) e all’inchiesta condotta da Marcello Dei (2002).

 

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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